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ISSN 2281-1966

Saggi

Gender and Cultural Criticism: Feminism and Gender Studies as an Arachnology and an Indiscipline

2013_01_Macedo_SaggiI want to start this text by sharing some personal and academic information which I believe is relevant in this context. I teach at a Faculty of Human and Social Sciences in a Portuguese University, where the teaching of Feminism and Gender Studies has an important role to play, both as a critical methodology indispensable amongst other recent critical and hermeneutical approaches to the text (be it strictly literary or otherwise visual, i.e., painting, film, performance, etc.), and as a way to anchor literature and globally art in social reality, inviting thus a “situated” engagement with the object of our study. It is not however “easy” to teach Feminist/Gender Studies in most places in the world (as it is not easy to be a feminist), and certainly in Portugal this is still the case. You have to fight for it to feed it in the curricula, you have to be prepared to argue your case when you propose a course, or even a discipline within a course, and it is not easy either to find a willing publisher for a book or a collection on the field.

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Gender and Translation: A European Map

2013_02_Federici_Gender_SaggiCan we talk about a European gender translation geography and is it possible to outline it? In a recent paper given at the conference at the University of Calabria, José Santaemilia mapped a new European tradition of ‘gender and translation’ proposing a ‘word cloud’ field with key issues terms such as: gender, sex, woman, translatress, genealogy, archaeology and many others showing that after the important work of Canadian writers and translators, a number of European researchers began to explore a growing list of themes and perspectives on ‘feminist translation’. There are various questions that should be included as starting points of a possible mapping on gender and translation in Europe, questions that consider many factors such as specific issues in the field resulting from the works of Canadian scholars, the institutionalisation of translation and gender in European countries or the translation techniques and strategies considered as feminist and the objectives there have been outlined in these last decades.

 

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Lutto e melanconia nella corrispondenza proustiana degli anni di Guerra (1914-1918)

Poltrona di Proust Alessandro MendiniQuesto articolo affronta un tema ampiamente dibattuto negli ultimi anni, l’entità e il valore della/delle rappresentazioni proustiane della Prima Guerra mondiale. A fronte di un certo disinteresse della critica per lo spessore e la portata storici della Recherche, protrattosi per lunghi decenni, opere pionieristiche come quelle di Kracauer, Ricœur e Ginzburg hanno riacceso a partire dagli anni sessanta del secolo scorso l’interesse intorno a questa fondamentale dimensione del grande capolavoro proustiano. Le recenti iniziative prese sotto l’egida del centenario del 1914 hanno poi moltiplicato le iniziative e i contributi dedicati in particolare al capitolo di Le Temps retrouvé dove Proust mette in scena la guerra. La prospettiva adottata in questo articolo per mettere in luce talune caratteristiche e peculiarità della narrazione proustiana adotta come focus il tema del lutto, e la sua rappresentazione nelle numerose lettere di condoglianze di cui la corrispondenza proustiana è ricca. La lettera di condoglianza è un micro-genere epistolare con sue regole (un fatto, questo, ben presente alla coscienza di Proust), suscettibile di entrare nell’analisi della cosiddetta “cultura di guerra” (quale è stata definita da Audouin-Rouzeau e altri). Oltre al livello documentario, le lettere di condoglianza proustiane permettono una via d’accesso al grande laboratorio della Recherche, in particolare per quanto riguarda il tema de le chagrin et l’oubli, fornendo documenti suscettibili di diversi livelli di lettura, alcuni più prossimi alla temperie direttamente biografica, altri già pronti per la trasformazione e l’inserimento nell’opera-cattedrale. Il riferimento freudiano del titolo allude a due grandi dimensioni del Lutto nell’opera di Proust: lutto individuale come melanconico svuotarsi dell’io e culto della memoria dei morti come Istituzione. Quest’ultima dimensione, privata di ogni aura e retorica celebrativa, è tuttavia ben presente in Proust, che avvertì profondamente la sua responsabilità sociale come individuo e come scrittore di fronte alla guerra.     

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Biopolitics, Colonialism and the Women’s Rights Question in Puerto Rico

2013_03_Duprey_SaggioIn Puerto Rico, addressing the country’s colonial situation means denouncing its lack of sovereignty: the fact that the island is not a nation state. Since 1898, Puerto Rico has been a US territory. In 1952 we became a Commonwealth, a political status that has being constantly questioned as being colonial par excellence. My assertion in this essay is that this constant reference to colonial political status, paradoxically, avoids the discussion of colonial situations that do not specifically depend on political status in itself, such as the colonization of the body by a certain conception of health, the hegemony of moralizing discourses in the political domain, male violence on women’s bodies, the hegemony of the images of fear vis-à-vis the issue of freedom and the mass media’s monopoly in political representation, amongst many others.

 

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La guerra sulla carta: Pirandello allo scoppio del primo conflitto mondiale

De LevaLette nell’ordine di pubblicazione e non, come si è generalmente fatto, di raccolta in volume, le novelle Un’altra vita, La guerra su la carta e Colloquii coi personaggi mostrano come tra la stagione dell’interventismo e l’entrata dell’Italia in guerra Pirandello sia impegnato in un drammatico confronto col presente, che coinvolge l’uomo e l’intellettuale non meno dell’artista. Ricorrendo agli elementi chiave della propria poetica, all’autobiografia e alla metaletteratura, Pirandello affronta infatti le conseguenze della guerra sui civili, la natura del conflitto moderno, i suoi rapporti con la Storia d’Italia e con il lavoro dello scrittore.
La prima tappa di questo percorso risale all’indomani dell’inizio delle ostilità, nel settembre 1914, quando compare Un’altra vita, nucleo originario di Berecche e la guerra (1915). La novella ritrae la polemica che sta infiammando la nazione, tra neutralismo e interventismo, irredentismo e fedeltà agli alleati, speranza nella palingenesi o timore dell’apocalisse. Il protagonista vi aggiunge il dilemma tra il sostegno alla guerra e l’apprensione per il figlio pronto a farsi volontario: nel momento in cui minaccia di realizzarsi, il conflitto innesca dunque anche nel più convinto interventista una scissione tra la ragione e gli affetti.
Nell’intervista di «Noi e il mondo» del 1º aprile 1915, i dubbi di Pirandello sembrano risolti in una condanna senza appello del conflitto. In questo caso è l’intellettuale ad intervenire nel dibattito, denunciando la natura industriale e lo scopo economico dello scontro. Per illustrare la sorte dei soldati, Pirandello anticipa poi brani dell’inedito Si gira…, pubblicato a puntate a partire dal mese di giugno. La guerra sembra avere infatti avverato concretamente e su larga scala il tema del romanzo, riducendo non solo le anime ma anche i corpi degli uomini a «pasto delle macchine impazzite».
Il 15 luglio 1915 i giornali riportano la notizia della morte al fronte di Giuseppe Giulio Lavezzari, ultrasessantenne reduce di Bezzecca, presentatosi all’ufficio reclutamento in camicia rossa. Pirandello ne ricava il protagonista della Guerra su la carta, poi Frammento di cronaca di Marco Leccio (1919), la cui puntata iniziale appare appena due settimane dopo. Come Lavezzari, Leccio indossa la divisa garibaldina per offrirsi volontario, con un intento insieme politico e sentimentale: partecipare alla liberazione delle terre irredente interrotta a Bezzecca e al tempo stesso accompagnare il figlio al fronte. L’arruolamento gli viene però negato e Leccio è costretto a seguire il conflitto sulle mappe geografiche, non tardando tuttavia a rendersi conto dell’inconciliabilità tra l’eredità risorgimentale e la Grande Guerra. Il lutto che colpisce un parente mostra poi a Leccio come la perdita d’un figlio possa mettere in crisi la ragione prima ancora che il patriottismo.
A questa eventualità rispondono i Colloquii coi personaggi, pubblicati contemporaneamente alla Guerra su la carta. Pirandello vi dichiara la componente autobiografica del dramma di Berecche e di Leccio: diviso interiormente tra l’interventismo e l’apprensione per il figlio militare è infatti lo stesso scrittore, che  ha sospeso perciò ogni attività letteraria. La visita di «personaggi» «commiseranti la sua ansia» finisce successivamente per riconciliarlo con la scrittura, intesa come espressione della «passione d’oggi». L’apparizione della madre defunta, che ha vissuto la sua stessa angoscia quando i fratelli combattevano coi Mille in Sicilia, gli ricorda poi come l’identità della famiglia sia indissolubilmente legata a quella nazionale.
La conclusione della Guerra su la carta e il compimento di Un’altra vita in Berecche e la guerra rivelano tuttavia come il dilemma tra la politica e gli affetti non si risolva affatto a favore della prima. Dinanzi alle parole che gli giungono dal figlio soldato, ricavate da una lettera dal fronte di Stefano Pirandello, l’interventismo garibaldino di Leccio svanisce del tutto. Berecche si lancia al contrario nel folle progetto d’arruolarsi nelle guardie a cavallo e ne esce con la testa rotta, in un simbolico stato di semicecità, dove il lume della ragione ha definitivamente ceduto le armi alla forza del sentimento.

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